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A V V E RT E N Z A

Ha scritto egregiamente Alessandro Chiappelli che se la concezione economica alla storia una grande unità, ne soffoca insieme la vita, la quale non e senza molteplicità varia d'impulsi e senza correlazione di coefficienti, che inoltre se le idee possono essere per un verso il prodotto di cause materiali, sono poi esse medesime nella storia cause efficienti e quali cause / forze, e quali forze/ , (I). Ora, appunto da questo modestissimo saggio, che per essere un lavoro di sintesi non ha pretesa alcuna di originalità, vorrei apparisse simultaneamente l'importanza e l' insufficienza del fattore economico a spiegare tutte quante le manifestazioni della pita ateniese.

U P.

S. Martino Alfieri, Ottobre del 1900.

(1) Le premesse filosofiche del Socialismo, in Leggendo e Meditando, p, 330 e p. 358,

Vicende economiche dello Stato Ateniese
da Solone a Clistene.

Riconosciuta ormai apocrifa la costituzione politicoeconomica, che Aristotele attribuisce a Draconte (1), e che è forse opera di un ignoto conservatore ateniese del V secolo (2), non rimane men vero che una divisione del popolo in classi censuarie doveva a quei tempi (624-621 a. C.) già esistere, come frutto di una condizione di cose, cui la riforma solonica cercò in parte di assodare, in parte di correggere. Perciò, a bene comprenderla e valutarla, è indispensabile esporre i risultati di una grande trasformazione economica, foriera di mutamenti politici, che durante il VII secolo si andò maturando nella Grecia in genere e particolarmente nell'Attica.

Il VII secolo segna la fine del Medio Evo greco, come dal Meyer (3) e dal Pohlmann (4) venne felicemente denominato quel periodo dell'evoluzione nazionale ellenica, che

(1) Costituzione degli Ateniesi, 4.

(2) BELocH, Griechtsche Geschichte, I, p. 311, n. 1; DE-SANctis. Atthis, p. 162-166. vedi invece schoEMANN-Lipsius, Griechische Altertimer, I, p.336-341

(3) Geschichte des Altertums, II.

(4) Aus dem hellenischen Mittelalter, in Aus Altertum und Gegenwar p. 149 ss.

dai primordi dell' agricoltura fissa arriva al punto, in cui

10 sviluppo dell'economia monetaria uguaglia o vince il potere dell'economia agricola e comunica all'individuo una libertà di movimenti, per l'addietro sconosciuta.

Il Medio Evo ellenico aveva visto il tramonto delle monarchie, a poco a poco indebolite e disarmate da una aristocrazia terriera ricca, forte ed audace, e il sorgere e

11 consolidarsi dei governi oligarchici. Giova a questo proposito rilevarne alcune caratteristiche. Mentre l'aristocrazia dell'età omerica armonizza con le aspirazioni cavalleresche di una vita bellicosa un appassionato interesse economico, e non soltanto sorveglia « lieta in cuore (1) > i lavori agricoli, ma vi partecipa e non disdegna neppure lo opere manuali (2), mentre insomma l'epopea greca rivela ne' suoi rappresentanti una abilità tecnica estremamente diffusa ed una grande versatilità di attitudini (3), l' aristocrazia dell' età» oligarchica invece disprezza il lavoro e giunge a considerare perfino l'agricoltura come un'occupazione degradante (4). Che cosa era avvenuto?

Abbattuta la monarchia, la nobiltà, fiera della vittoria, orgogliosa del possesso — ormai ereditario ed esclusivo — della suprema autorità e delle maggiori ricchezze, forte dell' assoluta preponderanza militare rappresentata dalla cavalleria, cominciò ad accarezzare quei sentimenti d'orgoglio, onde facilmente chi li professa si crede ben alto sopra tutti i mortali. « L'arroganza che il godimento di un privilegio inspira > nota giustamente il Guiraud (5) « è in rapporto con la sua durata e con la sua estensione; e se avviene che in uno Stato alcune famiglie abbiano il monopolio della proprietà fondiaria e del governo, è naturale ch'esse si credano superiori a tutte le altre per il

(1) Iliade, XVIli. 567.

{t) Vedi l'esume dei relativi passi omerici presso Pohlmann, Op. cit., p. 191 ss.

(3) Pohlmann, Op. cit., p. 191 ss.

(4) Guirauu, La propriété fondere en Qrèce, p. liti

(5) Op. cit., p. 118.

merito e per la chiarezza della stirpe ». Si aggiunga che la nobiltà greca, sospettosa come tutte le oligarchie di una reazione delle classi soggette, da cui si andava mano mano isolando, allo scopo di meglio opprimerle, favoriva e propagava volontieri il servaggio, istituzione si può dire ignota ancora all'età omerica, la quale sotto il re e l'aristocrazia generalmente non conosce che schiavi ed uomini liberi, in parte lavoratori assunti a temporaneo servizio e in parte individui senza professione fissa, avventurieri, fuggitivi, banditi (1). Le varie cause che diedero origine al servaggio nell'età post-omerica sono state chiaramente esposte dal Guiraud (2) e basterà qui riassumerle brevissimamente. In una società, dove l'uomo traeva pressochè tutti i mezzi di vita dalla terra e dove la terra stessa era non solo posseduta, ma in gran parte sfruttata da poche famiglie e dai loro schiavi, la condizione dello schiavo fatto libero sarebbe stata ben precaria, se il padrone, che lo aveva fino allora nutrito, non gli avesse anche procacciata, donandogli la libertà, un'occupazione lucrativa. Ora, di tutte le occupazioni agricole, la più vantaggiosa, perchè la più stabile, era appunto il servaggio. Inoltre, fra quella moltitudine di avventurieri, di mendicanti, di banditi, che già compaiono nei poemi omerici, certo vi dovevano essere alcuni, che, sacrificando la libertà alla sicurezza, si decidevano volontieri a por fine col servaggio ai pericoli della loro esistenza miserabile. Nè si trascuri la frequenza dei casi, in cui l'uomo libero, sia come affittaiuolo o mezzadro, che, alla fin d'anno, non trovava modo di pagare il suo canone, sia come operaio, che domandava un'anticipazione sopra i salari futuri, sia come piccolo coltivatore, che prendeva a prestito dal vicino l'orzo o il frumento per la semina, e dopo la raccolta non era in grado di renderglieli, si vedeva contro sua voglia ridotto nella condizione di servo, e quindi le gato alla proprietà del creditore ed obbligato a lavorare

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